"Mio caro marito, ho un tumore all’utero", lettera di Betti Abrahamson, una voce della Memoria

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"Voglio spiegarvi una cosa: di Casoli non so niente". L'ultima mail di Mariù.

"Voglio spiegarvi una cosa: di Casoli non so niente, quando ho trovato la foto ho chiesto a mia madre perché mio padre era finito in quel luogo. Mi ha spiegato che essendo lui apolide, insieme a greci ed altri cittadini stranieri erano finiti vicino a Chieti in un campo di prigionia assieme ai politici italiani contrari al fascismo."

 

Sono queste le ultime parole che Miriam Hassid (Mariù) mi scrisse in una mail del 31 luglio 2017. Aveva appena conosciuto il mio progetto, e si era subito messa a disposizione per mandarmi del materiale per il sito. Suo padre, Giuseppe Hassid, era tra gli ebrei internati nel Campo di concentramento di Casoli, presente sulla foto scattata a Casoli nell'agosto del 1940. Come accaduto per altri 9 ebrei di quella foto, il padre ebbe la tragica fine di essere deportato e ucciso. Mariù non conosceva molto bene la storia del campo fascista di Casoli. Voleva conoscerla e nello stesso tempo aveva ancora tanto altro da raccontare.

 

"Per me, basta la tua intervista, sono già comparsa su troppi giornali e lì era giusto perché, tanto per cambiare, mi era preso un attacco di rabbia contro lo Stato ed altro e dovevo dire la mia..." mi salutò scrivendomi "un giorno vi racconterò la storia". 

 

Non avrei mai potuto immaginare che  sarebbe stato il nostro ultimo scambio di mail. Ci ha lasciato una grande donna con una grande personalità. Sia il suo ricordo di benedizione.

Giuseppe Lorentini

 

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RITA ROSANI, L’EBREA PARTIGIANA di Mario Setta

Rita Rosani a Trieste
Rita Rosani a Trieste

È stato “un grosso lotto di corrispondenza”, ricevuto gratis da un collezionista di filatelia e di documenti sulla Shoah, col quale Livio Isaak Sirovich (“Non era una donna, era un bandito”, Cierre, Verona 2015) ha ricostruito una parte importante della vita di Rita Rosani, unica donna italiana medaglia d’oro della Resistenza. Una storia, narrata familiarmente, con affetto e rigore, nel quadro della Trieste degli anni ’40. La Trieste di Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, di Umberto Saba, James Joiyce e Italo Svevo. La Trieste di cui Natalia Ginzburg scriveva in Lessico famigliare: “La Storia bussò con tale violenza anche alla porta degli ebrei triestini… che tutti ne rimasero come tramortiti”. Ed è proprio in quel contesto che si svolge la vita di Rita Rosani (Rosenzweig) e del suo fidanzato Kubi Nagler. Una comunità di ebrei provenienti dall’Europa centrale.

Nella primavera del 1939, Rita diciannovenne e Kubi ventisei, sulla base degli stretti rapporti tra le famiglie e secondo la tradizione ebraica della yddishe Mame si ritrovano fidanzati, tanto che a Kubi, dopo un ballo con Rita, escono queste parole spontanee: “Solo un ramo di rosa, Rosenzweig, può ragionevolmente fiorire”. Ma quella rosa non fiorirà come sposa di Kubi. Il 30 giugno 1940, 51 ebrei vengono spediti da Trieste a Casoli, internati nel campo di concentramento. Tra loro il padre di Kubi, Salo Nagler. Il 27 luglio 1940 Kubi Nagler viene spedito in Calabria, al campo di concentramento di Ferramonti, vicino alla stazione ferroviaria di Tarsia, in provincia di Cosenza. Ha inizio così la corrispondenza tra Rita e Kubi, ma quest’ultimo non ha il permesso di scrivere se non una cartolina e una lettera di 24 righe a settimana. Rita scrive ogni due o tre giorni.

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CASOLI - GIORNO DELLA MEMORIA - 27.01.2018

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Convegno di studi "Memoria e internamento civile nell’Italia fascista", Casoli 27 gennaio 2018

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Elenchi degli internati trasferiti dai campi di concentramento di Casoli e Lama Peligni a quello di Campagna (SA).

Per gentile concessione di Michele Aiello

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On line i documenti dell'Archivio centrale dello Stato (ACS) relativi al Campo di concentramento di Casoli.

Il 2 agosto 2017 il Senato ha definitivamente approvato la Legge annuale per il mercato e la concorrenza (n. 124/2017), che, tra le altre cose, modifica l’art. 108 del Codice dei Beni Culturali, sancendo la liberalizzazione delle riproduzioni digitali con mezzo proprio in biblioteche e archivi pubblici per finalità culturali (art. 1, c. 171).  A seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (http://www.gazzettaufficiale.it/…/originario;jsessionid=yvp…), le nuove norme sono entrate direttamente in vigore martedì 29 agosto 2017. Si sottolinea inoltre che sarà consentito non solo effettuare liberamente riproduzioni di beni archivistici e bibliografici, ma che tali riproduzioni potranno essere altrettanto liberamente divulgate e condivise con qualsiasi mezzo per finalità diverse dal lucro, e dunque non solo per “ragioni di studio” o “personali” come avveniva sinora per gli scatti autorizzati con mezzo proprio. Per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina facebook Fotografie libere per i Beni Culturali.

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È venuta a mancare "Mariù" Hassid. Suo padre, Giuseppe Hassid, fu internato al Campo di Casoli.


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Giornata antifascista: deposizione di una coroncina di fiori davanti il Luogo della Memoria del Campo di Concentramento di Casoli

In occasione della giornata antifascista di oggi 27 maggio, anche l’ANPI di Casoli ha organizzato un evento per dire “Basta con i fascismi”, nell’ambito di “Un'iniziativa unica nel suo genere che segna un ulteriore e importante passo in avanti della nostra Associazione sul fronte del contrasto giuridico, sociale e culturale ai fascismi", parole con le quali Carlo Smuraglia, Presidente nazionale ANPI, ha lanciato la Giornata antifascista che si è svolta in tutta Italia sabato 27 maggio. Come si legge sul sito nazionale dell’ANPI, si tratta di “una iniziativa che intende costruire nel Paese una diffusa coscienza nazionale sul problema dell'intensificarsi del fenomeno e della minaccia neofascista in Italia e nel mondo, dei razzismi, della xenofobia e sulla necessità, quindi, di una piena attuazione dei principi e dei valori della Costituzione nata dalla Resistenza. In Italia, in particolare, assistiamo a sempre più diffuse manifestazioni di apologia del fascismo, come il recente raduno al Cimitero maggiore di Milano in onore dei repubblichini di Salò, che sembrano non avere adeguate risposte e attenzione da parte delle istituzioni e della politica. Ancora più grave è l'impatto sulle giovani generazioni delle dimostrazioni di forza e odio che imperversano in modo particolarmente preoccupante nel web: su Facebook, secondo l'inchiesta del quindicinale dell'ANPI sono 500 le pagine apologetiche del fascismo e del razzismo.”

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Documenti personali e foto dei Nagler internati nel Campo di concentramento di Casoli e della famiglia Rosenzweig residente a Trieste

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"Mariù" riconosce suo padre Giuseppe Hassid internato nel Campo di concentramento di Casoli

Grazie al libro di Livio Sirovich, “Non era una donna, era un bandito”, si era già potuto identificare nella foto di gruppo degli ebrei stranieri internati nel Campo di concentramento di Casoli provenienti dal carcere di Trieste, il signor Salo Nagler

 

Poco più di 3 mesi dalla pubblicazione del sito campocasoli.org, la signora Miriam Hassid è venuta a conoscenza del progetto di ricerca e documentazione on line sulla storia del Campo di concentramento fascista di Casoli. Si tratta della figlia di Giuseppe Hassid, internato anch’egli a Casoli nel luglio 1940 e, come tristemente accaduto per i Nagler, vittima della Shoah.

La signora Miriam Hassid, scampata alla tragedia dell'olocausto, ha messo a disposizione le fotografie di suo padre per il sito www.campocasoli.org, grazie alle quali abbiamo potuto riconoscere e identificare Giuseppe Hassid sulla foto di gruppo degli ebrei stranieri provenienti dal carcere di Trieste, scattata a Casoli il 15 agosto 1940. 

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"Ciccìlle lu bandetóre", un casolano fotografato insieme agli internati ebrei stranieri del Campo di concentramento di Casoli

L’uomo con il cappello non è un internato ma si tratta di un signore di Casoli, conosciuto da tutti come “Ciccille lu bandetóre” (Ciccillo il banditore), il cui vero nome è Francesco Cuniberti. Egli era di quelli che non avevano un lavoro fisso. Ogni giorno doveva adattarsi a fare qualcosa compreso il banditore che fino al 1940 era compito di un cieco. Forse la sua presenza nella foto è dovuta al fatto che lui si rendeva (o sperava di essere utile) a questi “stranieri” che non “sembravano” poveri e che potevano aver bisogno di un “mediatore” rispetto al contesto locale.

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Il "ciclista della Memoria" Giovanni Bloisi arriva a Yad Vashem: World Holocaust Center, Gerusalemme

Gerusalemme, 24.04.2017:

Giovanni Bloisi lo abbiamo incontrato a Casoli il tre aprile, con la sua bicicletta, davanti alla sede dell'ex Campo di concentramento degli Ebrei stranieri ivi internati dal luglio 1940. Partito da Varese, aveva attraversato l'Italia, da solo, in bici, con la sua tenda, per visitare i "luoghi della memoria" e così era arrivato anche a Casoli dove aveva avuto l'opportunità di vedere dove gli Ebrei stranieri fino al 1942 e a seguire gli “ex jugoslavi” fino al 1944 erano stati internati: nei locali sottostanti il vecchio municipio e nella dépendance di palazzo Tilli, oggi ribattezzato Palazzina della memoria, dalla sua proprietaria Antonella Allegrino. A chi gli chiede perché, lui risponde sempre: per capire e per non dimenticare. Infatti, questo suo itinerario della memoria è finalizzato a non far dimenticare una pagina "felice" scritta tra tante pagine che parlano di dolore e di morte.

È la storia a lieto fine dei Bambini di Selvino, quei bambini sopravvissuti all'Olocausto, soli, feriti nell'animo, senza famiglia raccolti nella Sciesopoli Ebraica, colonia nata sotto il fascio e che da ultimo ha consentito a circa 800 bambini di tornare a vivere e a credere nella vita.

Giovanni Bloisi difende il loro ricordo e difende quei luoghi, quell'edificio che li ospitò contro il degrado, l'incuria e l'abbandono. Perché i luoghi sono importanti.

Oggi, Giovanni Bloisi ha portato tanti messaggi raccolti nel corso del suo procedere lungo i luoghi della memoria e da Casoli, in particolare, ha portato un gagliardetto riproducente la foto dei primi 50 Ebrei stranieri giunti nel luglio del 1940, 10 dei quali vittime della Shoah.

Come spiega Livio Sirovich, quella foto ha fatto un lungo percorso dal 3 novembre 1943 quando la mamma di Giacomo Nagler, ormai prigioniera della Wehrmacht, la consegnò alla mamma della bambina Rosetta Weintraub che l'ha conservata fino a quando, dopo 60 anni, l'ha donata appunto allo scrittore Sirovich e quest'ultimo a Giuseppe Lorentini affinché potesse pubblicarlo sul sito da lui recentemente realizzato, campocasoli.org.

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Internati, nasce la Palazzina della Memoria. Sul "Centro" del 16.04.2017

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