"Schwerer ist es, das Gedächtnis der Namenlosen zu ehren als das der Berühmten. 

Dem Gedächtnis der Namenlosen ist die historische Konstruktion geweiht."

 

"È più difficile onorare la memoria dei senza nome che non quella di chi è conosciuto.

Alla memoria dei senza nome è consacrata la costruzione storica."

 

Walter Benjamin, Gesammelte Schriften, Band 1, Teil 3, Suhrkamp, Frankfurt/M., 1974, S. 1241

  

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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI CASOLI (1940-1944)

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CASOLI - GIORNO DELLA MEMORIA - 27.01.2018

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Convegno di studi "Memoria e internamento civile nell’Italia fascista", Casoli 27 gennaio 2018

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Alcune foto di Casoli per gentile concessione del fotografo Giovanni Di Prinzio



AGGIORNAMENTI E NOTIZIE DA CAMPOCASOLI

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RITA ROSANI, L’EBREA PARTIGIANA di Mario Setta

Rita Rosani a Trieste
Rita Rosani a Trieste

È stato “un grosso lotto di corrispondenza”, ricevuto gratis da un collezionista di filatelia e di documenti sulla Shoah, col quale Livio Isaak Sirovich (“Non era una donna, era un bandito”, Cierre, Verona 2015) ha ricostruito una parte importante della vita di Rita Rosani, unica donna italiana medaglia d’oro della Resistenza. Una storia, narrata familiarmente, con affetto e rigore, nel quadro della Trieste degli anni ’40. La Trieste di Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, di Umberto Saba, James Joiyce e Italo Svevo. La Trieste di cui Natalia Ginzburg scriveva in Lessico famigliare: “La Storia bussò con tale violenza anche alla porta degli ebrei triestini… che tutti ne rimasero come tramortiti”. Ed è proprio in quel contesto che si svolge la vita di Rita Rosani (Rosenzweig) e del suo fidanzato Kubi Nagler. Una comunità di ebrei provenienti dall’Europa centrale.

Nella primavera del 1939, Rita diciannovenne e Kubi ventisei, sulla base degli stretti rapporti tra le famiglie e secondo la tradizione ebraica della yddishe Mame si ritrovano fidanzati, tanto che a Kubi, dopo un ballo con Rita, escono queste parole spontanee: “Solo un ramo di rosa, Rosenzweig, può ragionevolmente fiorire”. Ma quella rosa non fiorirà come sposa di Kubi. Il 30 giugno 1940, 51 ebrei vengono spediti da Trieste a Casoli, internati nel campo di concentramento. Tra loro il padre di Kubi, Salo Nagler. Il 27 luglio 1940 Kubi Nagler viene spedito in Calabria, al campo di concentramento di Ferramonti, vicino alla stazione ferroviaria di Tarsia, in provincia di Cosenza. Ha inizio così la corrispondenza tra Rita e Kubi, ma quest’ultimo non ha il permesso di scrivere se non una cartolina e una lettera di 24 righe a settimana. Rita scrive ogni due o tre giorni.

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È venuta a mancare "Mariù" Hassid. Suo padre, Giuseppe Hassid, fu internato al Campo di Casoli.


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"Mariù" riconosce suo padre Giuseppe Hassid internato nel Campo di concentramento di Casoli

Grazie al libro di Livio Sirovich, “Non era una donna, era un bandito”, si era già potuto identificare nella foto di gruppo degli ebrei stranieri internati nel Campo di concentramento di Casoli provenienti dal carcere di Trieste, il signor Salo Nagler

 

Poco più di 3 mesi dalla pubblicazione del sito campocasoli.org, la signora Miriam Hassid è venuta a conoscenza del progetto di ricerca e documentazione on line sulla storia del Campo di concentramento fascista di Casoli. Si tratta della figlia di Giuseppe Hassid, internato anch’egli a Casoli nel luglio 1940 e, come tristemente accaduto per i Nagler, vittima della Shoah.

La signora Miriam Hassid, scampata alla tragedia dell'olocausto, ha messo a disposizione le fotografie di suo padre per il sito www.campocasoli.org, grazie alle quali abbiamo potuto riconoscere e identificare Giuseppe Hassid sulla foto di gruppo degli ebrei stranieri provenienti dal carcere di Trieste, scattata a Casoli il 15 agosto 1940. 

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"Ciccìlle lu bandetóre", un casolano fotografato insieme agli internati ebrei stranieri del Campo di concentramento di Casoli

L’uomo con il cappello non è un internato ma si tratta di un signore di Casoli, conosciuto da tutti come “Ciccille lu bandetóre” (Ciccillo il banditore), il cui vero nome è Francesco Cuniberti. Egli era di quelli che non avevano un lavoro fisso. Ogni giorno doveva adattarsi a fare qualcosa compreso il banditore che fino al 1940 era compito di un cieco. Forse la sua presenza nella foto è dovuta al fatto che lui si rendeva (o sperava di essere utile) a questi “stranieri” che non “sembravano” poveri e che potevano aver bisogno di un “mediatore” rispetto al contesto locale.

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