9 luglio 1940 - 9 luglio 2020. 80 anni dall’apertura del campo di concentramento fascista di Casoli.

𝟗 𝐥𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨 𝟏𝟗𝟒𝟎 - 𝟗 𝐥𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟎
𝟖𝟎 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐂𝐚𝐬𝐨𝐥𝐢.
𝐏𝐞𝐫 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐟𝐢𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐞 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐢𝐞𝐫𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥 𝟏𝟗𝟒𝟎 𝐚𝐥 𝟏𝟗𝟒𝟑.

Cos’è la memoria? Testimonianza del passato che sfugge all’oblio? Valorizzazione di un passato mai prima vissuto come tale? È un diario dell’esperienza? È un monumento? Un archivio? Un simbolo?

Nell’aprile del 1940 Casoli fu scelta dal ministero dell’Interno per allestire in tre edifici un campo di concentramento fascista per internati civili “ebrei stranieri”: fu attivo dal 9 luglio 1940 con l’arrivo del primo gruppo di ebrei provenienti da Trieste.

La direzione del campo era sottoposta al podestà ed ai commissari prefettizi di turno.

Un sottoufficiale e sei carabinieri della Legione carabinieri reali di Ancona sorvegliavano gli internati.

Il 3 maggio 1942 gli ebrei sono trasferiti nel campo di Campagna in provincia di Salerno. A Casoli giungono dal campo di Corropoli, in provincia di Teramo, civili delle terre di occupazione militare italiana in Jugoslavia che divennero internati politici del regime fascista definiti “ex jugoslavi”.

Nove degli ebrei internati a Casoli furono deportati e sterminati ad Auschwitz; un altro invece assassinato alla Risiera di San Sabba, all’indomani dell’8 settembre 1943, sotto l’occupazione tedesca dell’Italia.

Il Comune di Casoli ha apposto una targa contenente tutti i 218 nomi degli internati ed ha dato il nome di Piazza della Memoria allo spazio antistante i luoghi degli avvenimenti. Quando a Casoli ci chiediamo che cos’è la memoria, rispondiamo: è essere custode e cultore delle storie di coloro che sono passati e che ci hanno lasciato i loro volti incisi nella nostra terra come un segno da non cancellare.

Giuseppe Lorentini

𝟗 𝐉𝐮𝐥𝐲 𝟏𝟗𝟒𝟎 - 𝟗 𝐉𝐮𝐥𝐲 𝟐𝟎𝟐𝟎
𝐎𝐧 𝐭𝐡𝐢𝐬 𝐝𝐚𝐲 𝟖𝟎 𝐲𝐞𝐚𝐫𝐬 𝐚𝐠𝐨 𝐭𝐡𝐞 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧 𝐜𝐚𝐦𝐩 𝐨𝐟 𝐂𝐚𝐬𝐨𝐥𝐢 𝐰𝐚𝐬 𝐨𝐩𝐞𝐧𝐞𝐝.
𝐓𝐡𝐞 𝐩𝐡𝐲𝐬𝐢𝐜𝐚𝐥 𝐚𝐧𝐝 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐟𝐟𝐞𝐫𝐢𝐧𝐠 𝐨𝐟 𝐟𝐨𝐫𝐞𝐢𝐠𝐧 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐢𝐚𝐧𝐬 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐞𝐝 𝐟𝐫𝐨𝐦 𝟏𝟗𝟒𝟎 𝐭𝐨 𝟏𝟗𝟒𝟑 𝐦𝐮𝐬𝐭 𝐧𝐨𝐭 𝐛𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐠𝐨𝐭𝐭𝐞𝐧.

What is memory? A testimony of the past that escapes oblivion? Regard for a past that had never before been honored? Is it a diary of experience? Is it a monument? An archive? A symbol?

In April 1940 Casoli was chosen by the Ministry of the Interior to be the location of a fascist concentration camp for "foreign Jews" that opened on the 9th of July of 1940 with the arrival of the first Jewish internees from Trieste.
The camp consisted of three buildings.The camp's management was submitted to the podestà and to the prefectural commissioners on duty.

An officer and six Carabinieri of the Royal Carabinieri Legion of Ancona surveilled the internees.

On 3rd of May 1942 the Jews were transferred to a concentration camp in Campagna in the province of Salerno. In Casoli, civilians from the camp of Corropoli in the province of Teramo arrived from the lands occupied by the Italian military in Yugoslavia. They became political internees of the fascist regime, so called "former Yugoslavs".

Nine of the Jews interned in Casoli were deported and exterminated at Auschwitz; another one assassinated at the Risiera di San Sabba, after September 8th 1943, under the German occupation of Italy.

On the occasion of the Memorial Day on January 27th 2018, the Municipality of Casoli affixed a plaque containing all 218 names of the internees and gave the name of Piazza della Memoria to the space in front of the historical places. When we ask what memory is in Casoli, we answer: it is to know and guard the stories of those who have passed and left us their faces engraved in our land like a footprint that should not be erased.

VISITA IL CENTRO DI DOCUMENTAZIONE ON LINE SUL CAMPO DI CONCENTRAMENTO FASCISTA DI CASOLI (1940-1944)

https://www.campocasoli.org/

 

"Schwerer ist es, das Gedächtnis der Namenlosen zu ehren als das der Berühmten. Dem Gedächtnis der Namenlosen ist die historische Konstruktion geweiht."

"È più difficile onorare la memoria dei senza nome che non quella di chi è conosciuto. Alla memoria dei senza nome è consacrata la costruzione storica."

Walter Benjamin, Gesammelte Schriften, Band 1, Teil 3, Suhrkamp, Frankfurt/M., 1974, S. 1241

Il campo fascista di Casoli svolse una duplice funzione di internamento civile. Dal 9 luglio 1940 fino al 3 maggio 1942 è stato un campo di concentramento per internati ebrei stranieri. Queste persone furono internate per motivi razziali all’indomani dell’ordine di arresto emanato dal capo della polizia Arturo Bocchini il 15 giugno 1940. Dagli atti di consegna dei detenuti nel carcere di Trieste risulta che la retata degli arresti dei 51 ebrei stranieri residenti a Trieste, tutti incensurati, sia stata fatta tra il 18 e il 25 giugno 1940. Dopo una decina di giorni di reclusione nelle carceri del Coroneo, il 5 luglio 1940 la Regia Questura di Trieste ordina al comando degli agenti di pubblica sicurezza la loro traduzione presso il campo di concentramento di Casoli e allega l’elenco nominativo dei 51 ebrei stranieri classificandoli tra germanici, apolidi, polacchi, ungheresi, slovacchi e rumeni. In quanto “ebrei stranieri” non ricevevano nessuna assistenza da parte della Croce Rossa perché non considerati “prigionieri di guerra”.

Da un’istanza rivolta in data 15 novembre 1940 al ministero dell’Interno, da parte di nove internati di quel primo gruppo di 51 ebrei stranieri, possiamo conoscere come fu effettuato il viaggio per Casoli. In questo documento si legge che i “sottoscritti internati” “prima di venire condotti qui [Casoli] venivano interrogati da un Brigadiere nelle Carceri di Trieste se erano disposti di pagare il loro viaggio” e continuano spiegando che “si disse loro che qualora non avessero pagato sarebbero stati trasportati in vagoni cellulari ed ammanettati”. La lettera prosegue sostenendo che fu richiesto di pagare un importo per persona di 84 lire per il quale, molti di loro, dovettero fare un grande sforzo e chiedere un prestito “pur di non doversi assoggettare alla vergogna di essere trasportati come vengono condotti i criminali”. Si tratterebbe di un abuso ed una forma di ricatto da parte degli uomini dell’Arma delle carceri di Trieste che avrebbero approfittato delle condizioni psicologiche – e per alcuni anche economiche – in cui si trovavano quelle persone, “macchiate” dalle leggi razziali e stigmatizzate come “indesiderabili” da un provvedimento amministrativo di internamento civile. Il motivo dell’istanza è la richiesta del rimborso della cifra pagata per il trasporto al campo. Infatti, come scrivono nella lettera, si rese evidente che “non era nelle intenzioni dell’Alta Autorità di ordinare il trasporto ammanettato degli internati e difatti tutti quanti, indistintamente, vennero trasferiti qui [Casoli] in vagone chiuso e sotto la stretta vigilanza degli Agenti di P.S., ma senza manette”. Gli internati nell’istanza ci tengono a precisare che “chi firma questa supplica è davvero nulla tenente, gli altri che hanno ancora qualche mezzo si sono astenuti di firmare. Ma chi firma ha bisogno di ogni lira e pertanto formula questa devota domanda [...]”. L’istanza non fu accolta dal ministero che rispose soltanto il 1° febbraio 1941 e, al riguardo, comunica:

 

In seguito ad ordine di traduzione degli ebrei stranieri appartenenti agli Stati nemici [sic!], ai campi di concentramento stabiliti da codesto Ministero, la locale Questura anziché interessare l’Arma per l’ordinaria traduzione dei numerosi internati, avuta assicurazione dagli stessi che avrebbero eseguito il viaggio a spese proprie con treno ordinario, dispose l’accompagnamento degli internati stessi al campo di concentramento di Casoli.

Per comodità di vigilanza da parte degli Agenti di P.S. accompagnatori fu chiesto all’Amministrazione ferroviaria un vagone riservato.

Nessun rilievo fu fatto dagli accompagnatori stessi, i quali, fra l’altro, a quell’epoca non si trovavano in misere condizioni economiche e aderirono di buon grado all’offerta di viaggiare a spese proprie, pur di evitare la lunga traduzione a mezzo dell’Arma.

 

Come si legge, il ministero dell’Interno prende la distanza e addossa la responsabilità agli internati stessi e non manca di fare un riferimento, in maniera sottile ma percepibile, che si potrebbe inquadrare come antiebraico, allorquando riferisce delle “buone” condizioni economiche degli ebrei.

 

 

Bibliografia

Giuseppe Lorentini, L’ozio coatto. Storia sociale del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944), ombre corte, Verona 2019, pp.97-99.

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