Viaggio al centro dell’universo concentrazionario fascista nella mostra storico-documentaria inaugurata a Casoli (CH). Impressioni di Caterina Mongardini

C’è una linea ideale, che in molti conoscono, che durante la Seconda guerra mondiale tagliava in due il Sud Italia, da parte a parte: congiungeva il mare dalle coste tirreniche a quelle adriatiche, ma divideva due schieramenti opposti, da una parte gli Alleati e dall’altra i Nazifascisti. Era una lunga trincea che ha lasciato traccia nel territorio e che oggigiorno è riscoperta in una sorta di archeologia del paesaggio da storici e appassionati che la percorrono con scarpe da trekking.

Ma, in Abruzzo, ce n’è anche un’altra di linea immaginaria e ideale che nello stesso periodo partiva da Sulmona, saliva sulla Majella valicandola al passo di Coccia, scendeva a Taranta Peligna ed arrivava a Casoli: era il percorso che i fuggiaschi dal Campo di concentramento 78, prigionieri di guerra a Sulmona, facevano in condizioni di clandestinità per tentare di raggiungere la Libertà (Il Sentiero della Libertà). Anche questo cammino, ora, è percorribile e un’associazione ne tiene vivo il ricordo tramite l’organizzazione di escursioni che procedono per le stesse tappe di coloro che erano riusciti a fuggire e a sopravvivere alla traversata, tra questi da ricordare il Presidente Emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che la affrontò nel marzo del 1944. (Per saperne di più clicca qui)

Può essere un’ottima suggestione quella di vedere come queste due linee ideali si congiungano entrambe a Casoli, dove si aggregò per la prima volta la Brigata Maiella, formazione partigiana che fu affiancata al V Corpo britannico dell’VIII armata e divenne operativa militarmente, accogliendo via via i gruppi spontanei che si erano contestualmente formati in altri centri della medesima area (Gessopalena, Lama dei Peligni, Civitella Messer Raimondo, Palombaro, Pizzoferrato ed altri). Da un lato, dunque la linea del fronte, con le necessità della guerra e, dall’altro, la lotta per la vita lungo il cammino per la salvezza.

Quest’anno, in occasione della Giorno della Memoria 2020, sia le necessità della guerra che la lotta per la libertà e la vita hanno rivendicato la propria cittadinanza nel piccolo borgo in provincia di Chieti. L’inaugurazione della mostra storico-documentaria “I campi di concentramento fascisti in Abruzzo dal 1940 al 1943” ha l’intento di riportare alla luce una storia che nelle contingenze del dopoguerra è stata parzialmente messa da parte: con foto e documenti d’epoca, testimonianze autografe, orali e artistiche, vengono esposte le necessità belliche che nel 1940 fecero sì che il regime fascista costruisse un intero universo concentrazionario che, sebbene non avesse le forme di un lager come spesso viene immaginato, fu ben presto popolato da internati civili, soprattutto stranieri ed ebrei. Ma testimonia anche della strenua lotta di chi, internato, cercò di sopravvivere nelle condizioni avverse e di evadere ove possibile dal sistema concentrazionario, fisicamente oppure idealmente, come testimoniano gli acquerelli dell’internato Ljubo Ravnikar, ex-jugoslavo sloveno. La mostra, visitabile dal 1° febbraio 2020 presso il Castello Ducale di Casoli, vede come curatori lo storico Giuseppe Lorentini, con la collaborazione di Kiara F. Abad Bruzzo, Gianni Orecchioni e Nicola Palombaro.

A coronamento di quella che, assistendo agli eventi, mi è sembrata una forte suggestione – forse dettata da deformazione professionale – il 27 gennaio, nella Piazza della Memoria antistante i luoghi degli stabili che avevano formato il Campo di concentramento fascista di Casoli, è stato piantato alla presenza delle Istituzioni, delle scolaresche e dei promotori della mostra, un ulivo locale (un intosso) che con il tempo farà ombra e riparerà dalle intemperie – non solo naturali, ma anche umane – le targhe commemorative che hanno forse riaperto una ferita nel territorio abruzzese, che la ricerca storica sta cercando di curare con gli strumenti metodologici che le competono, con serietà e dedizione, nella speranza che il ricordo non si affievolisca mai nella memoria di una comunità che è stata chiamata alla difficile elaborazione di un passato controverso.

 

Caterina Mongardini

Università della Tuscia (Viterbo)

Casoli, 26 gennaio 2020 – Cinema-Teatro Comunale – Intervento Giuseppe Lorentini 

"Public history come mostra storico-documentaria"

 

È un grande piacere vedere così tanta partecipazione all’inaugurazione di questa mostra e colgo l’occasione per ringraziarvi tutti per essere qui accorsi.

Ringrazio tutte le autorità presenti che sono venute questa sera qui a Casoli. La vostra presenza ci rende tutti noi orgogliosi del lavoro di recupero della memoria storica che da diversi anni stiamo portando avanti ottenendo importanti risultati.  Grazie di cuore al sindaco per il suo discorso di apertura della conferenza.

 

In questo mio breve intervento proverò a spiegare come è nato e si è sviluppato il progetto della mostra sui campi di concentramento fascisti in Abruzzo, con le rispettive scelte metodologiche, documentali, grafiche e iconografiche.

 

Esattamente tre anni fa, il 27 gennaio 2017, dopo un lungo lavoro di ricerca, documentazione e analisi, decisi di lanciare per la prima volta sul web il centro di documentazione on line sulla storia del campo di concentramento di Casoli, ovvero il ben noto sito www.campocasoli.org.

 

Questa sera vorrei ripercorrere velocemente i passaggi che ci hanno portato fino ad oggi, ovvero alla mostra appena inaugurata.

 

La prima operazione è stata, ciò che possiamo definire come un’opera di recupero di una documentazione pubblica e di grande interesse storiografico, ma sostanzialmente rimossa dalla memoria collettiva e su cui non erano ancora state prodotte ricerche monografiche di rilievo storico. Ciò detto, vorrei ringraziare l’amico Francesco Di Cintio che fin da subito ha sostenuto questa mia idea fornendomi preziosi consigli maturati dalla sua esperienza e competenza in fatto di Memoria.

 

Il secondo passaggio è stato il lavoro di digitalizzazione, che ha dato vita al sito web, ovvero al Centro di documentazione on line, https://www.campocasoli.org/, al cui interno è possibile consultare oltre 4500 documenti, ossia i fascicoli personali degli internati del campo di Casoli.

 

Così facendo, una volta raccolto, studiato e digitalizzato il materiale, si è passati ad una fase di valorizzazione del patrimonio storico-archivistico presente nell’Archivio comunale di Casoli, da cui sono scaturite iniziative di ogni genere che hanno coinvolto vari soggetti impegnati nel racconto di questa esperienza, spesso molto differenti tra loro: accademici hanno presenziato a convegni organizzati a Casoli relativi al tema in oggetto; media locali, nazionali e stranieri si sono interessati al lavoro effettuato da varie angolature (Rai Radio 3); le istituzioni pubbliche locali e nazionali hanno partecipato attivamente o come spettatori alle iniziative messe in campo; infine, la memoria ritrovata è stata resa visibile, intervenendo a cambiare i connotati degli stessi spazi geografici (Piazza della Memoria). Approfitto per ringraziare l’Architetto Domenico Fiore, tutti i tecnici comunali e gli operai che hanno riqualificato i Luoghi della memoria di Casoli. Così come ringrazio la dottoressa Antonella Allegrino per aver intitolato la depandance di Palazzo Tilli “Palazzina della memoria” che insieme alle cantine furono sede del campo fascista di Casoli.

 

Il quarto passaggio, che è strettamente legato al piano storico-scientifico, mi ha portato a produrre una ricerca di carattere tradizionale, strettamente ancorata alla documentazione raccolta e studiata, sfociata nella recente pubblicazione del volume L’ozio coatto: storia sociale del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944), edito da Ombre corte di Verona.

 

Come avete potuto seguire, si tratta di un percorso che cerca di tenere insieme due aspetti di per sé molto distinti e a volte anche contrastanti sul piano teorico e metodologico: quello della ricerca storica scientifica e quello della moderna public history. I due piani hanno certamente interagito, mettendo in luce però la non contraddizione tra l’azione pubblica e il lavoro scientifico. Questo risultato è stato possibile grazie al rigore delle metodologie scientifiche utilizzate nell’analisi delle fonti che ha fornito quella credibilità necessaria sia al sito campocasoli.org, sia a coinvolgere i vari attori in campo, tra cui gli stessi abitanti o gli eredi e discenti degli internati.

 

Per continuare su questa scia, ho ritenuto necessario e indispensabile, realizzare anche una produzione video che tenesse conto dell’utilizzo che si fa di tali media nell’era dei social network così da lanciare su facebook, questa estate, il 22 agosto 2019, il video “L’ex campo di concentramento fascista di Casoli. Un luogo della memoria europeo” realizzato insieme all’amico Francesco Di Toro con la preziosa voce dell’amico Icks Borea che più tardi ascolteremo con la lettura delle testimonianze degli internati.

 

Giunti fin qui sembrava completato il lavoro di “public history” sul campo di Casoli ma dopo alcune riflessioni scaturite dagli incontri con il pubblico durante il tour di presentazioni del mio libro fatto questa estate in diversi comuni abruzzesi, ho avvertito la curiosità e direi anche il bisogno, da parte del pubblico, di voler visitare i luoghi della memoria di Casoli e aspettarsi in loco la possibilità di apprendere la storia del campo. Così nasce il progetto di realizzare una mostra più ampia, non solo su Casoli, ma sui campi di concentramento e i luoghi di internamento abruzzesi che doveva avere, secondo me, almeno queste tre caratteristiche principali:

 

1)   Essere allo stesso tempo una mostra itinerante, permanente e ampliabile;

2) Produrre dei testi che, pur mantenendo il rigore scientifico, fossero rivolti ad un pubblico generale senza tralasciare l’aspetto pedagogico-didattico;

3)   Usare un’impaginazione grafica che mantenesse un’identità con il progetto originario del centro di documentazione on-line di campocasoli.org facendo uso di iconografie e immagini dei documenti conservati negli archivi comunali.

 

Così negli ultimi quattro mesi mi sono messo all’opera cercando innanzitutto i collaboratori, che oggi sono qui e che ringrazio di cuore per il loro apporto e supporto all’intero progetto di realizzazione, ossia il prof. Gianni Orecchioni, il presidente dell’ANPI di Pescara Nicola Palombaro e Kiara Fiorella Abad Bruzzo che, oltre a essere la mia compagna di vita, è anche un’ottima e qualificata analista di dati; ringrazio Manuele Gianfrancesco, amico e brillante studioso con il quale mi sono confrontato costantemente sui temi di oggetto dello studio in questione. Naturalmente non poteva mancare Piera Della Morgia che in qualità di presidente Anpi della sezione di Casoli si è attivata immediatamente per organizzare insieme all’Amministrazione comunale un progetto di tale portata. Così come Cecilia Di Paolo, che con competenza e passione ha seguito ogni passo della progettazione di questo evento. Colgo l’occasione per ringraziare di cuore il sindaco Tiberini e la sua amministrazione per la sensibilità e la partecipazione attiva per il recupero della memoria storica di Casoli. Così come ringrazio la Dirigente scolastica dell’Algeri Marino, Costanza Cavaliere per garantire sempre il sostegno e la partecipazione della scuola a questi eventi.

 

La nostra sinergia e il continuo scambio di idee ci ha portato a realizzare quanto prefissato, o almeno speriamo di esserci riusciti. Un lavoro intenso, certosino e soprattutto mosso da impegno civile, volontario e gratuito. Un ennesimo dono per la nostra comunità che da questa sera disporrà di una Mostra per i suoi visitatori futuri che renderà agevole la comprensione a la contestualizzazione di un tema così complesso e ancora poco conosciuto, quale quello dei campi di concentramento fascisti e dell’internamento civile durante la Seconda guerra mondiale.

 

Ci auguriamo che quanto realizzato e presentato questa sera sia, sia stato e sarà di vostro gradimento.

 

Grazie a tutti per l’attenzione.

 

Giuseppe Lorentini

 

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