"Mariù" riconosce suo padre Giuseppe Hassid internato nel Campo di concentramento di Casoli

Grazie al libro di Livio Sirovich, “Non era una donna, era un bandito”, si era già potuto identificare nella foto di gruppo degli ebrei stranieri internati nel Campo di concentramento di Casoli provenienti dal carcere di Trieste, il signor Salo Nagler

 

Poco più di 3 mesi dalla pubblicazione del sito campocasoli.org, la signora Miriam Hassid è venuta a conoscenza del progetto di ricerca e documentazione on line sulla storia del Campo di concentramento fascista di Casoli. Si tratta della figlia di Giuseppe Hassid, internato anch’egli a Casoli nel luglio 1940 e, come tristemente accaduto per i Nagler, vittima della Shoah.

La signora Miriam Hassid, sopravvissuta alla tragedia dell’olocausto, ha messo a disposizione le fotografie di suo padre per il sito www.campocasoli.org, grazie alle quali abbiamo potuto riconoscere e identificare Giuseppe Hassid sulla foto di gruppo degli ebrei stranieri provenienti dal carcere di Trieste, scattata a Casoli il 15 agosto 1940. 

 

Miriam, “Mariù”, nasce a Trieste il 12 luglio 1938, in una famiglia ebraica.

Abita con i genitori nella zona del Ghetto, nelle vie retrostanti Piazza della Borsa sotto il colle di San Giusto. Una famiglia numerosa che vive in via del Ponte al numero 4.

Nel corso degli anni la sua vita si è svolta attraverso momenti di natura profondamente diversa.

 

La fase della persecuzione dei diritti la tocca attraverso la vicende famigliari. La sua realtà è scandita da fughe, ritorni, problemi economici legati all’impossibilità di mantenere le attività economiche intraprese, l’istruzione negata, ma centrale sarà il vuoto provocato dalla scomparsa del padre. Siamo al cospetto di una storia famigliare, complessa e tormentata.

Il padre, Giuseppe Hassid, era un ebreo nato in Turchia il 14 ottobre 1906 da qui fuggito per non essere arruolato a forza, come accadeva ai ragazzi ebrei ancora adolescenti a dodici o tredici anni durante la Prima guerra mondiale. In fuga verso l’Europa arriverà in Francia. Qui diverrà apolide a seguito della dissoluzione dell’ Impero Ottomano. Ma per il padre il viaggio non è ancora finito. Arriverà a Trieste e la città diverrà il centro del suo mondo. Qui incontrerà Clara Belleli. Sposandola la renderà, per una legge del Regno d’ Italia, come lui apolide.

Il tempo insegue Miriam, da pochi frammenti la sua vita segue il flusso delle sensazioni, le sue parole evidenziano momenti fissati in un tempo remoto. Dai ricordi emerge l’incontro a Tangeri con il nonno paterno, ma il ricordo è quello di una bambina di un anno e mezzo.

 

L’intensità di quei momenti è per sempre.

La persecuzione delle vite colpisce duramente questa famiglia, il padre e il nonno paterno scompariranno, inghiottiti dal cono d’ombra della Shoah. Giuseppe Hassid fu internato a Casoli dal 10 luglio 1940 fino al 15 luglio 1941 data in cui fu trasferito ad Atessa in internamento libero.

Il nonno paterno, Behor Samuele Hassid, e il padre di Mariù verranno arrestati il 23 maggio 1944 e deportati nel Campo di Risiera San Sabba. Gruppi di ebrei furono uccisi all’interno della Risiera di San Sabba e i loro corpi gettati nel forno crematorio del campo. Il 1 luglio 1944 Felice Mustacchi, Giuseppe Hassid, Sida Levi, e una ebrea fiumana (Cohn) vennero assassinati per aver gettato via 5 monete d’oro piuttosto che versarle all’ufficio raccolta del campo. L’uccisione doveva essere una punizione esemplare per gli ebrei rinchiusi nello stanzone del terzo piano della Risiera. Dopo un violento interrogatorio, sarà un plotone di esecuzione ad eseguire la sua condanna a morte il primo luglio 1944.

 

Dalla deportazione non ritorneranno ne il nonno paterno ne quello materno, Pietro Belleli.

 

A questi arresti seguono altri drammi, come il fermo della madre. Questo episodio cambierà la vita di Mariù, lasciandola segnata. È un punto di rottura per il suo fisico che non guarirà più.

Senza notizie certe della morte del padre, sul cui destino verrà fatta luce in modo definitivo solo dopo la pubblicazione del volume di Bruno Piazza “Perché gli altri dimenticano.” nel 1956, la vita di Miriam prende una svolta. Troverà una risposta chiara nell’adesione al progetto politico dell’ Hashomer Hatzair, il movimento dei Kibbutz di sinistra, del quale seguirà gli sviluppi in Italia e con il quale farà l’Aliyà (l’emigrazione) in Israele. Qui svolgerà un percorso legato all’educazione dei giovani. Nel 1964 rientrerà in Italia, per seguire con la madre la vicenda legata al risarcimento, da parte della Repubblica Federale Tedesca, per la morte del padre apolide.

Rimarrà a Trieste e parteciperà attivamente alla vita della Comunità.

 

*Si ringrazia lo storico Stefano Fattorini per la nota biografica su Giuseppe e Miriam Hassid.

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