"Cari casolani, è stato scritto che la memoria va curata come una pianticella delicata" discorso di Livio Sirovich, cittadino onorario di Casoli, 27.01.2018

Casoli, 27 gennaio 2018, Giorno della Memoria

Cari casolani,

vi ringrazio di cuore per l'onore che mi fate concedendomi la cittadinanza. Ve ne sono profondamente grato.

Il caro sindaco Massimo Tiberini e l'infaticabile Giuseppe Lorentini mi hanno chiesto di dire due parole sull'importanza della Memoria, che si celebra oggi e cui avete appena intitolato la piazza qui accanto.

È un argomento importante e difficile. Abbiamo infatti a che fare con un pezzo significativo della Memoria nazionale, dello stesso Immaginario del nostro popolo. La Memoria ispira infatti anche la pedagogia collettiva, i valori che tramandiamo ai nostri figli.

Purtroppo, strumentalizzando la Memoria di un popolo lo si può indirizzare, si costruiscono fortune politiche. Si può anche alimentare il risentimento, cercando di aizzare i concittadini ora contro quelli ora contro questi, coltivando sentimenti di vendetta. Ad esempio, lo si fa nascondendo o strumentalizzando episodi delle avventure coloniali italiane, della guerra 1940-45, dell'esodo dall'Istria, le cosiddette "foibe", le vendette del '45-'46 ecc. 

Cari casolani, è stato scritto che la memoria va curata come una pianticella delicata. Non va potata, non va costretta a crescere a spalliera per sostenere questa o quella ideologia.

Noi possiamo crescere sereni solo se comprendiamo tranquillamente quanto è accaduto, quando e perché abbiamo commesso dei crimini, quando e perché ne siamo stati vittime. E il punto di partenza è anche la quantificazione onesta dei fenomeni. Quanti morti, in seguito a cosa, in quale contesto etc..

Compito difficile in Italia, dove tante tragedie sono ancora coperte dal segreto di Stato (Piazza Fontana, Ustica, la strage di Bologna). Sarebbe un discorso lungo e doloroso. Chi strumentalizza la memoria storica, ad esempio delle guerre del '900, gonfia o riduce il numero dei morti, illumina o nasconde le circostanze per fare il proprio interesse o per sfogare l'odio che gli cova dentro.

In Germania, hanno compiuto un profondo processo di autocoscienza sulle persecuzioni e sui campi di sterminio della seconda guerra mondiale. Purtroppo, non altrettanto è avvenuto in Austria (in cui l'antisemitismo era virulento fin dalla fine dell'Ottocento) e in Italia. In particolare, in Italia molto è stato semplicemente cancellato. Volete un esempio? Il 18 settembre 1938, Benito Mussolini presentò a Trieste le leggi razziste italiane, che espellevano gli ebrei dalle scuole e dal lavoro. Piazza Unità d'Italia e le vie e piazze adiacenti erano stracolme di gente.

Si stimano centocinquantamila persone. Non si era mai vista a Trieste una folla del genere, né la si vide nemmeno nel 1954 per il ritorno della città all'Italia. La folla applaudiva, osannava, entusiasta. Della "memorabile" manifestazione fu girato un filmato ufficiale, che dopo il 1945 venne subito tolto dalla circolazione. Sparito. Fatto scomparire perché sarebbe stato la nostra cattiva coscienza. Imbarazzante, quando si doveva invece alimentare il mito retorico del "buono italiano". La pellicola è stata ritrovata di recente ed è finalmente visibile a Roma alla mostra sugli 80 anni dalla legislazione razzista italiana (Casina dei Vallati, in "Largo 16 ottobre 1943"; curatori M. Pezzetti e S. Berger della Fondazione Museo della Shoah). Vedere tanti nostri padri/nonni in delirio per Mussolini è un calice amaro, che tuttavia va bevuto.

Durante le ricerche per un altro libro («Cime Irredente; un tempestoso caso storico alpinistico», Vivalda 1996-2003) ho sperimentato personalmente che nella mia prima città - Trieste - la cancellazione della scomoda memoria del Ventennio e dell'occupazione tedesca del '43-'45, con il lager della Risiera di San Sabba, è stata quasi completa. Associazioni, ditte, circoli sportivi, Uffici pubblici hanno distrutto ad esempio i verbali dei consigli direttivi dell'epoca, in cui si era decisa la eliminazione degli ebrei. Hanno fatto così anche nella sezione del Club alpino italiano, cui sono iscritto fin dall'adolescenza. Il grosso dei documenti più compromettenti venne distrutto subito, probabilmente nel maggio del 1945. Il resto venne "bonificato" durante un trasloco all'inizio degli anni '80. In particolare, vennero allora fatti sparire la corrispondenza del 1930-45, in particolare quella tra il CAI e il Gauleiter nazista di Trieste, e poi i cosiddetti "libri dei rifugi" in cui gli escursionisti annotavano le proprie impressioni quando il CAI "militarizzato" svolgeva attività sportiva assieme alla Milizia del Partito fascista. Tutto, insomma, per nascondere le responsabilità e mutilare la Memoria.

Si sapeva che dal 1938 a Trieste si stampava un periodico dal titolo "Razzismo Fascista", "Bollettino della sezione razzista del GUF [Gruppo Universitario Fascista; ndr] di Trieste". Ma dopo il 1945 nessuno l'aveva mai potuto leggere. I responsabili l'avevano infatti rubato da tutti gli archivi (Università compresa) e biblioteche. Finché, nel 1997, lo storico Stefano Fattorini ne scoprì una copia all'interno di un lascito librario ai Musei civici; il numero del novembre 1939, che celebrava il primo anno di applicazione delle leggi razziste italiane.

Ecco la riproduzione della prima pagina di quel bollettino [la mostro ai presenti; ndr]. Ve ne leggo alcuni passi: «il 10 settembre su "Il Popolo di Trieste" abbiamo letto il trafiletto "Nomi ebrei che scompaiono" [dalle insegne dei negozi; ndr] si evitano così i motivi che ci stomacavano, ma chi ci assicura che la gente non andrà a far compere da questi ebrei credendo di acquistare in negozi ariani?» [...] «affermiamo recisamente, senza timore di essere smentiti, che oggi la coscienza della superiorità della razza ariana su tutte le altre e il proposito di perseguire fino in fondo i fini della politica razziale del regime fascista sono perfettamente radicati nella gran massa della popolazione» [...] «Agli ebrei, a questi falsi italiani, a questi falsi vivi indegni del nostro odio, ma ben degni del nostro disprezzo, lanciamo un monito: non esiteremo se sarà necessario di fronte a nessun provvedimento, anche se energico: ritorneremo al santo manganello e a quell'impareggiabile disintossicante integrale che è l'olio di ricino. E gli universitari fascisti saranno in prima linea» [«falsi italiani» e «falsi vivi» sono in neretto nel testo originale; ndr]. Frasi di durezza rara anche nel III Reich.

Il direttore responsabile di "Razzismo Fascista" si chiamava Paolo Goitan e nel 1939 era pure membro del consiglio direttivo della Scuola nazionale di Mistica fascista di Milano. Ricordando i bei tempi del Ginnasio (inizio Anni '20), nel 1941 aveva scritto con toni commossi: «portavamo tutti all’occhiello una stelletta militare: il primo distintivo creato dagli studenti per distinguersi dai “s’ciavi”, quando ancora non c’era il Fascio littorio»  [a Trieste, «s’ciavi-schiavi» è spregiativo degli slavi].

Questo Goitan io l'ho conosciuto personalmente a fine Anni ’70, quando del suo giornale non potevo sapere nulla. Era un bel signore, pizzetto pepe-sale, anziano ma ancora atletico, sempre appassionatissimo escursionista e sempre dirigente del CAI, come a fine Anni '30.

In Italia, le leggi razziste del 1938, e in parte anche la successiva deportazione, passarono nella prevalente indifferenza/disattenzione generale. «Nessuno faceva domande» ha scritto un testimone degno di fede, il critico cinematografico Tullio Kezich, «se si trovavano ancora in città o dov'erano finiti. Gli ebrei erano spariti e basta. Fu un gran voltarsi dall'altra parte»

Dopo l'8 settembre 1943, la maggior parte degli ebrei ristretti a Casoli riuscì a cavarsela. Nove purtroppo vennero invece eliminati ad Auschwitz. Tra essi, due dei protagonisti di "Non Era una Donna, Era un Bandito": Giacomo-"Kubi" Nagler e suo padre Salo (con essi venne eliminata anche la Madre). Uno venne invece ucciso nella Risiera di San Sabba, il papà di Miriam-"Mariù" Hassid, Giuseppe, che avremmo tanto desiderato avere qui con noi oggi.

La Memoria collettiva italiana ha pressoché dimenticato pure la carta costituzionale della Repubblica di Mussolini, la cosiddetta "Carta di Verona", che ordinava: «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri e durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». Tutti gli ebrei, italiani compresi, fascisti compresi. Era la premessa etica per la deportazione generale.

In particolare, abbiamo dimenticato l'Ordine di Polizia n. 5 del 30 novembre 1943, che venne trasmesso dalla radio, preceduto da una conferenza antisemita: «Tutti gli ebrei, anche se discriminati [ossia fino ad allora perdonati per benemerenze patriottiche o fasciste; ndr], a qualunque nazionalità appartengono, e comunque residenti nel territorio nazionale, debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni mobili e immobili devono essere sottoposti a immediato sequestro in attesa di essere confiscati [...]».

 

L'iniziativa di Casoli è esemplare.

Il vostro è un merito non da poco nel nostro strano paese, bellissimo e spesso affettuoso, ma capace anche di violenza e comunque dalla memoria corta.

Casoli dà terra buona, concime e acqua alla piantina della Memoria.

Anche per questo vi ringrazio per l'onore che mi avete fatto concedendomi la cittadinanza di Casoli.

«So ccuntente pecche' mo pure i so nu casulene».

[tentativo di frase in dialetto di Casoli; ndr].

 

Livio Sirovich

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