
Ci sono persone che, anche quando non ci sono più, continuano a radunare gli altri. Non con grandi discorsi, non con monumenti e frasi “da lapide”, ma con qualcosa di molto più umano: un gesto, un’abitudine, un posto che diventa punto fermo.
Mio nonno si chiamava Giuseppe Lorentini. In paese, però, era “Piccione”. E chi lo ha conosciuto lo sa: quel soprannome non era un vezzo. Era un modo di riconoscerlo al volo, di chiamarlo senza formalità, di dire “è uno dei nostri”.
Per questo domenica 8 febbraio 2026, a Sant’Eusanio del Sangro, sulle sponde del Lago Santa Lucia, tornerà il II Memorial “Giuseppe Lorentini – Piccione”.
Il programma è semplice, come le cose fatte bene: raduno alle 8:30, gara di pesca dalle 9:00 alle 13:00, poi pranzo al Ristorante “Il Piccione”. Le prenotazioni vanno fatte entro il 1° febbraio 2026 (info +39 338 734 9658). Posti limitati.

E sì, si pesca. Ma non è “solo” pesca. È un modo concreto di stare insieme, nel suo ricordo, senza trasformarlo in una storia lontana e imbalsamata. Perché Piccione non era un’idea. Era una persona.
Le carte militari lo descrivono con il loro tono secco, senza delicatezze: un ragazzo di Sant’Eusanio, musicante, che non sapeva leggere né scrivere. E poi la guerra, quella guerra voluta e condotta dallo Stato fascista, che aveva la capacità brutale di prendere i ragazzi dei paesi e trasformarli in reparti, numeri, “pratiche”. A volte, la parola “destino” non c’entra. C’entra la violenza dello Stato e delle sue scelte.
Quando viene risucchiato da quella macchina, Giuseppe ha diciannove anni. Diciannove: l’età in cui dovresti imparare il mondo, non l’obbedienza, i trasferimenti, l’attesa di ordini. Lo mandano lontano: prima Trieste, nella banda militare, poi il 43° Reggimento fanteria. Dopo iniziano le righe che fanno più male proprio perché non alzano mai la voce: ospedali, ricoveri, spostamenti, convalescenze.
Il punto di rottura arriva in una data che nella nostra famiglia pesa come una pietra: 7 aprile 1942, ferito in zona di guerra. Aveva ventidue anni. Ventidue: ancora un ragazzo, e già costretto a diventare altro. Da lì la vita cambia forma per sempre. Lo dicono i documenti, ma lo dice soprattutto la foto: mio nonno su una carrozzina, invalido, eppure con uno sguardo che non chiede pietà. Quello sguardo, per me, è la definizione più precisa di dignità.
Poi c’è l’altra parte, quella che le carte non possono mettere in ordine: la memoria.
Secondo la testimonianza di famiglia, durante le lunghe cure avrebbe imparato a pescare proprio in quel periodo, quando la vita ti costringe a reinventarti e a fare pace con un corpo diverso. Non lo so spiegare meglio: la pesca, in certi casi, non è un passatempo. È un modo per respirare. Per sentire che, nonostante tutto, qualcosa lo puoi ancora fare. E bene.
Ecco perché questo Memorial ha senso: perché non celebra la guerra, non la romanticizza, non la usa per fare scena. Ricorda un uomo che una guerra decisa dall’alto ha colpito nel punto più ingiusto: la giovinezza. E lo fa nel modo più rispettoso possibile: riportandolo dove l’acqua calma le cose, dove il tempo rallenta, dove il silenzio non è vuoto ma pieno.
L’8 febbraio, al Lago Santa Lucia, non ci sarà soltanto una gara. Ci sarà un abbraccio collettivo, fatto di presenze, di racconti sussurrati, di amicizie che si ritrovano. E ci sarà un nome pronunciato come si pronunciano i nomi importanti: senza retorica, ma con gratitudine.
Perché finché qualcuno dice “Piccione”, finché qualcuno lancia una lenza pensando a lui, Piccione resta qui.
Giuseppe Lorentini (nipote)
Foglio matricolare di Giuseppe Lorentini, Matricola n. 7950, Archivio di Stato di Chieti





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Egidia (sabato, 31 gennaio 2026 16:33)
Grazie Giuseppe per questo