Ricordare, per restare capaci di pensare. Conoscenza e memoria. Questo è per me Auschwitz.

Foto di © Herman Helle
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Sono passati appena 73 anni dalla liberazione dei campi di concentramento e sterminio di Auschwitz e di Birkenau. Un lasso di tempo relativamente breve eppure già così distante. Sono passati 73 anni da quando la fabbrica della morte raggiungeva il massimo del suo ciclo di produzione di cadaveri, denti, capelli, e infine cenere. Cenere, grigia o nera, è tutto quel che possiamo immaginare di milioni di persone. Il paradosso è che sia le vittime che i carnefici sono membri della stessa umanità, un’umanità che può banalmente divenire agente di crimini.

Uomini comuni si fanno delegati di questi crimini, si organizzano e burocratizzano un sistema per “risolvere” un problema razziale con la logica della tecnologia industriale.

In questo sistema, sapientemente progettato e organizzato nei minimi particolari, come si richiede per qualsiasi efficiente fabbrica, altri uomini sono svestiti della dignità, della storia, dell’identità, per diventare la materia prima della fabbrica e scoria subito dopo. Un sistema in grado non solo di produrre cadaveri ma soprattutto il loro smaltimento. Forse è proprio questa sistematicità ciò che rende singolare Auschwitz. Se è facile capire il procedimento tecnico di sterminio proprio perché industriale, dunque razionalizzato, dall’altro canto è difficile trovare una spiegazione esauriente su come tutto questo sia stato possibile e reale. Una realtà che è stata troppo grande e complessa da contenere in una sola mente, in un solo ragionamento. Quantunque ci sforziamo di comprendere Auschwitz, ci troveremo sempre di fronte a un limite; un confine sempre diverso per ognuno di noi, ma comunque presente, oltre il quale la nostra capacità di ragionamento non può più funzionare senza sospensione di giudizio. Anzi, diventa inevitabile.

Cos’è, dunque, Auschwitz? 

È conoscere, prima di ricordare, che Auschwitz è stato possibile da una società moderna e non da barbari. Ricordare che quando rinunciamo a pensare, possiamo diventare capaci di azioni prima impensabili. Ricordare che Auschwitz è stato un crimine contro l’umanità. Ricordare che l’umanità ci contiene tutti, buoni e cattivi. Ricordare che cercare di capire non equivale a giustificare o normalizzare. Ricordare di evitarne una strumentalizzazione politica e sacrale. È pensare questo non banale.

Ricordare, per restare capaci di pensare. Conoscenza e memoria. Questo è per me Auschwitz.                                                                                                                                                                                                         Giuseppe Lorentini

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