Arturo Fuerst: dalla trincea della Grande Guerra all'internamento fascista nel campo di Casoli con il triste epilogo ad Auschwitz insieme alla moglie Betty

FUERST ARTURO. Nell’archivio del campo di concentramento di Casoli, intestato a Fuerst Arturo, c’è il fascicolo n. 69 da cui apprendiamo che l’internato occupa il letto numero 13.

Fuerst Arturo fu Magnus è nato il 6 novembre 1886 a Danzica. Ha combattuto come soldato dell’esercito tedesco nella Prima guerra mondiale e per questo è stato decorato con la croce di guerra. Coniugato con Abrahamanson Betty nata a Kartaus in Germania nel 1892, risiede con la moglie a Trieste in via Roma n 28, dove è arrivato, probabilmente dopo la presa del potere da parte del partito nazista del ’33, munito di un foglio di soggiorno per stranieri con cui gli viene rinnovato ogni sei mesi il permesso di residenza.

A causa delle leggi razziali del 1938 e dopo l’entrata in guerra dell’Italia, viene arrestato a Trieste e deportato al campo di Casoli qualche giorno prima del 10 luglio 1940. Ha 54 anni e una salute compromessa da 4 anni di guerra di trincea.

Poiché malato, all’inizio dell’agosto 1940 sua moglie Betty invia alla questura di Trieste e a Casoli una domanda di proscioglimento dalla condizione di internato o di trasferimento in luogo più consono al suo stato di salute. Il 4 agosto 1940 Arturo Fuerst invia al ministero dell’interno la richiesta di proscioglimento scritta dalla moglie allegandovi una sua lettera da cui apprendiamo molte notizie sulla sua vita:

Onorevole Ministero dell’interno   -    Roma                                                     

«Il sottoscritto Arturo Fuerst, attualmente al campo di concentramento di Casoli, si permette di fare la seguente aggiunta alla domanda di sua moglie Betty Fuerst, Trieste, via Roma 28, presentata alla questura di Trieste. 

Riferendomi all’attestato del medico, presentatovi come prima aggiunta alla suddetta domanda, faccio notare che ho 54 anni e che mi sono buscato un gran numero di malattie durante i quattro anni di guerra mondiale di cui partecipai come volontario oltre tre anni al fronte, decorato perciò anche con “la croce di combattenti del fronte”. 

Sono nativo di Danzica e mi sono sempre astenuto da qualsiasi partito o circolo politico. 

Da parte dei miei fratelli ricevo dall’America sussidi sufficienti per me e mia moglie fino a che la stabilizzazione mondiale mi permette di ottenere il visto  - fra breve raggiungo mia quota  - e di partire colla ripresa del traffico marittimo. 

Intanto prego di voler provvedere al cambiamento della mia situazione – come anche da mia moglie richiesto nella sua domanda – perché le malattie menzionate e anche nel certificato medico attestate, richiedono nutrimento dietetico e vita famigliare.

Fiducioso in una giusta decisione dell’onorevole ministero 

                                                     con perfetta osservanza, Arturo Fuerst».

Arturo Fuerst è fisicamente e psicologicamente molto provato. Gli pesa la lontananza dalla moglie Betty, soffre per le malattie e per la prostrazione fisica ad esse dovuta. Teme (o è certo) di non riuscire a sopportare la vita di recluso sia per il cibo che per i rapporti sociali che il campo di concentramento impone. Consapevole che le leggi razziali italiane prevedevano eccezioni per quegli ebrei che si erano distinti per patriottismo avendo combattuto la grande guerra, fa leva sul suo passato di patriota che ha combattuto ed è stato decorato per gli anni che ha volontariamente dedicato alla difesa della patria che ora lo ricambia perseguitandolo e costringendolo a fuggire in una Italia che si rivela un rifugio precario perché viene internato come un pericoloso nemico indesiderato.  Il 2 ottobre 1940, mentre sta ancora aspettando la risposta del ministero degli interni alla sua domanda del 4 agosto, la moglie gli scrive una lettera drammatica:

«Mio caro marito, la notizia che ti debbo dare oggi, purtroppo ti dovrà rattristare. Il dottor M. mi ha mandato da due dottori di qui: i dot. Mattiti e Nordico; entrambi hanno constatato che dovrò essere operata. Ho un tumore all’utero ed anche l’appendice dovrà essere estirpato. Il dr. N. ha rilasciato un attestato che il sig. H. 

ha portato subito in questura pregando per una pronta evasione, perché non voglio lasciarmi operare senza la tua presenza. La domanda dovrà ben andare a Roma. Io attenderò con l’operazione finché tu verrai, perché senza di te non mi lascio operare, piuttosto voglio morire. Prega dappertutto dove tu puoi, e non lasciare niente d’intentato per ottenere che tu venga qui al più presto.

Quando verrai, lascia il tuo baule giù dalla portinaia. Essa conosce il mio nome, basta che tu le dici il tuo nome e le lasci il baule. In nessun caso devi portare tu il baule neanche dalla ferrovia fino qui. Mai portare il baule che per te è troppo pesante. Le tue cose usale con parsimonia perché neanche qui si riceve più tutto. Olio, burro, strutto si ricevono ma soltanto con la tessera.

Conserva la tua calma e non ti agitare. Ieri ho ricevuto una tua lettera tedesca del 29 uscente e oggi due cartoline italiane. Te ne ringrazio. Nella sinagoga non vado perché qui piove da quattro giorni quasi ininterrottamente.

 Caro mio Arturo, non piangere e fatti coraggio. Io sono forte ed ho coraggio, soltanto desidero che tu venga qui. Posta dall’America non è arrivata ancora. Saluta tutti i signori e che preghino per me. Da parte della famiglia Seiler saluti e auguri. Anche da parte di Carlotta saluti e auguri.

La scatola di burro è tutta per te. Io non ne ho bisogno perché mangio qui all’ospizio. Oggi mi sono comprata una tavoletta di cioccolato e un etto di uva. Rimani dunque coraggioso e forte, anch’io voglio essere coraggiosa.  Ho sentito oggi che la signora Freund parte per visitare suo marito a Casoli.  Acclusi ti rimetto 4 francobolli da 50 centesimi.  Saluti e mille baci, la tua Betty.  Io sono forte, sii lo anche tu».    

Arturo Fuerst si affretta a spedire al questore di Chieti la sua richiesta di licenza per recarsi a Trieste ad assistere la moglie durante l’operazione. Il 19 ottobre 1940 il questore comunica a Casoli che il ministero dell’interno gli ha concesso 10 giorni di licenza. Il 21 ottobre l’internato Fuerst Arturo parte per Trieste munito di foglio di via con l’obbligo di presentarsi alla locale questura. Il 14 novembre la questura comunica a Casoli che l’ebreo tedesco Fuerst ha ottenuto una proroga di 10 giorni alla licenza concessagli e che al rientro dovrà essere trasferito in internamento libero a San Vito Chietino dove il podestà dovrà sistemarlo in una pensione economica e sottoporlo a consueta vigilanza. Il 22 novembre 1940 Arturo viene accompagnato a San Vito. Dal foglio della contabilità personale apprendiamo che nei quattro mesi di permanenza a Casoli oltre al sussidio 6,5 lire giornaliere, riceve mensilmente un vaglia postale di 100 lire. Nei mesi successivi Fuerst Arturo viene trasferito a Guardiagrele dove lo raggiunge la moglie Betty. A Guardiagrele, alla fine di ottobre 1943, arrivano i tedeschi che, il 1° novembre, arrestano i due coniugi insieme a molti altri di nazionalità ebraica. Abrahamson Betty e Fuerst Arturo restano ancora tre mesi in Italia, prima detenuti a Chieti, poi trasferiti nella caserma dell’Aquila, quindi nel campo di concentramento di Bagno a Ripoli vicino Firenze, infine vengono rinchiusi nel carcere di Milano. Il 30 gennaio 1944, caricati nei vagoni del convoglio n. 6, vengono deportati ad Auschwitz dove, anziani e malati, non riescono a superare la selezione iniziale e vengono assassinati al loro arrivo. Con Arturo e Betty vengono uccise la dolcezza del loro amore e la storia di una dedizione infinita.

Insieme a Fuerst Arturo il 30 gennaio 1944 partono col convoglio numero 6, da Milano per Auschwitz: Berl Silvio, Grauer Samuele, Harmik (Harnik) Isacco, Nagler Salo e il figlio Giacomo, Segall Maximilian, tutti internati a Casoli. Nessuno tornerà a casa. Le loro storie finiranno ad Awschwitz con la loro vita.  

Fascicolo personale di Fuerst Arturo, Busta 2, Fasc. 69

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