Il FONDO NAGLER su gentile concessione di Livio Sirovich, autore del libro «Non era un donna, era un bandito». Rita Rosani una ragazza in guerra, Cierre Edizioni, Verona 2014, raccoglie alcune lettere del carteggio tra Rita Rosani con il suo fidanzato Giacomo Nagler (detto Kubi), internato insieme al padre Salo Nagler nel campo di concentramento di Casoli, entrambi poi arrestati il 3 novembre 1943 a Castel Frentano (Ch), raccolti nel carcere di Milano e diretti al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau con il convoglio n. 6, Milano carcere partito il 30.01.1944 e arrivato il 06.02.1944 (con morte certa). 

 «Non era una donna, era un bandito» Rita Rosani, una ragazza in guerra

di Livio Isaak Sirovich

 

«Cosa pensò Rita, la giovane maestra ebrea dai capelli rossi, quando nel mirino del moschetto vide i nazifascisti venirle addosso? Perché era rimasta indietro a sparare, mentre gli altri partigiani, incluso il suo uomo, si erano dati alla fuga? Aveva forse saputo che il suo ex fidanzato era stato ammazzato ad Auschwitz? Non voleva più vivere nell’Italia avvelenata dalle leggi razziali? Una storia vera, piena di ombre, con domande cui nemmeno un processo per omicidio e una medaglia d’oro – l’unica, concessa a un’italiana morta in combattimento – riescono a dare risposta definitiva. Le vicende di Rita e dei due uomini della sua vita: “Kubi”, un triestino di origine polacca di cui l’Autore trova le ultime appassionate lettere in Abruzzo in un palazzotto in rovina, e il colonnello Ricca, un reduce di Russia guascone e tombeur de femmes. Tre vite nella tempesta, nelle quali è impossibile non immedesimarsi». Paolo Rumiz

Alcuni documenti personali dei Nagler e dei Rosenzweig

Sono tutti documenti della famiglia Nagler (comprese foto della famiglia Rosani-Rosenzweig di Trieste). Il 3/11/1943, subito dopo il loro arresto da parte della Wehrmacht a Castel Frentano, i Nagler li affidarono alla madre di Rosetta Weintraub. All'epoca, Rosetta aveva 7 anni e con i genitori viveva liberamente - ma di nascosto - a Castelfrentano, dove avevano voluto raggiungere gli amici Nagler. Rosetta conservò foto e documenti per quasi 70 anni, finché contattò Livio Sirovich che aveva curato un'inserzione sul periodico della Comunità ebraica di Trieste. Rosetta ha quindi fatto avere tutti gli originali al primo cugino di Giacomo Nagler, che Sirovich aveva individuato in Virginia (USA).

Sirovich ha potuto usarli e in parte riprodurli per il suo libro; attualmente sono quindi proprietà del prof. John Hoenig, Norfolk, Virginia (USA) cugino di Giacomo Nagler (da tutti chiamato "Kubi"). Mamma, papà e figlio Nagler vennero uccisi immediatamente al loro arrivo ad Auschwitz.

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La famiglia Nagler fuggiva dalla Galizia asburgica, attualmente Ucraina occidentale, dalla città di Ivano-Frankivs'k (in ucraino; Stanislav in Yiddish; Stanislawów in polacco). Arrivò a Trieste nel 1920, dove aprì un negozio di ferramenta in Via San Nicolò 12. Il padre Salo e il figlio Jakob-Giacomo, da tutti chiamato "Kubi" vennero internati subito dopo la dichiarazione di guerra, rispettivamente nel campo di concentramento di Casoli (CH) e nel campo di concentramento calabrese di Ferramonti di Tarsia (CS). La madre Eige Fitzer rimase sola a Trieste, finché venne autorizzata a congiungersi con marito e figlio a Castel Frentano nel dicembre del 1941. Qui vennero rastrellati dai tedeschi il 3.11.1943 trasferiti sul Convoglio n.6 partito il 30.01.1944 da Milano e sterminati ad Auschwitz all’arrivo il 6.02.1944.


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